• Cappella del Buon Pastore

    Oratorio Valdocco – Torino

Per chi frequenta l’oratorio di Valdocco, la Cappella è un dono e un impegno.

Il Buon Pastore, anzitutto, conosce le sue pecore. È bello soffermarci su questa qualità: secondo il linguaggio biblico, conoscere è molto più di un semplice acquisire e gestire delle informazioni. La conoscenza comporta lo stare assieme e il condividere. A imitazione di Cristo, ogni salesiano e animatore, ogni allenatore e catechista deve contraddistinguersi per queste virtù: la vicinanza e la pazienza, l’ascolto e il sostegno, la fermezza e la dolcezza, l’attenzione ai piccoli e agli ultimi, l’ottimismo e la dedizione.

Nelle parole di Gesù, scritte al centro della cappella, vi è un’altra caratteristica che deve avere ogni pastore quella di un amore responsabile che imita Gesù, il Buon Pastore per eccellenza: Lui offre la via per i suoi discepoli. A partire da don Bosco stesso, così hanno fatto i salesiani e i loro collaboratori passati in questo oratorio, sulle parole di Gesù:

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.”
(Gv 13, 15)

Come non cogliere nell’esempio di Cristo l’invito a saper amare le persone con cui si viene a contatto, i destinatari e i compagni del nostro servizio? Gesù ci insegna ad avere una dedizione sincera e un’attenzione costante verso le persone che frequentiamo.

La regola fondamentale è sempre la stessa: trattare l’uomo come un fine e mai come un mezzo. Se si riflette bene, solo su questa basa un oratorio può funzionare veramente. È un cammino certamente non facile, specie se contestualizzato con altre culture e religioni, ma è l’unico che conduca a quella solidarietà vera che deve contraddistinguere le comunità dove legge fondamentale è l’amore, la divina carità.

Don Jacek Jankosz

Gv 10, 11

Io sono il Buon Pastore

Il tema della cappella è Gesù Buon Pastore. Egli con misericordia va a cercare ciascuna pecorella smarrita e la porta amorevolmente sulle spalle. È un’immagine che usa il Cristo facendo riferimento a se stesso per spiegare che si fa carico di noi e del fardello di peccato che ci portiamo dietro.

Io sono la porta delle pecore Gv 10, 9

Gesù non solo è il Buon Pastore ma è anche la porta delle pecore, le due fasce verticali sui lati stanno dunque a rappresentare le ante aperte di questa porta.

“Io sono la porta: se unii entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.”
Gv10, 9

Gv 10, 3

Egli chiama le sue pecore ciascuna per nome

I riquadri sulla parete laterale raffigurano quattro giovani dell’Antico Testamento che hanno ricevuto una chiamata particolare da Dio. II Buon Pastore chiama ciascuno, ognuno per Lui è importante e per ciascuno ha un progetto unico e irripetibile.

Ciò è rappresentato dai diversi tipi di piante presenti su ogni riquadro. Stanno ad indicare che tutti sono chiamati, ma ognuno poi “fiorisce” a modo suo, nel suo ambiente e con le sue qualità personali (ad esempio la foglia accanto a Giuseppe ricorda il papiro, pianta tipica dell’Egitto, luogo in cui lui si ritrovo a “fiorire “). Intorno ai quattro personaggi sono raffigurati alcuni simboli che raccontano la loro storia.

Samuele

Il letto

la sua chiamata è avvenuta di notte, mentre dormiva. Egli sente ripetutamente una voce chiamare il suo nome e grazie alle indicazioni del sacerdote Egli impara a rispondere: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3,10).

Il candelabro

“La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio.” (1 Sam 3,3).

La pergamena e la penna

Rappresentano il suo ruolo di profeta e di autore del primo libro di Samuele che racconta la sua storia.

Davide

Il bastone da pastore

Davide è raffigurato come giovane pastore. Il brano biblico (1 Sam 10,11) racconta infatti che dopo aver scartato tutti e sette i fratelli Samuele chiese a lesse se ci fossero altri giovani nella famiglia ed egli rispose: “Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge” e fu allora che venne scelto dal Signore.

La fionda

Rappresenta l’episodio della sua vittoria contro il gigante Golia.

La corona e la spada

Riconducono al suo ruolo di ree condottiero che lo identificheranno nell’età adulta.

Giuseppe

La tunica

Suo padre Israele, infatti, “amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche”.(Gen 37,3) la st tunica che i fratelli riporta insanguinata al padre per far credere che Giuseppe sia stato divorato da una bestia, per coprire invece il fatto di averlo venduto per invidia agli Ismaeliti.

La catena e le piramidi

Rappresentano la schiavitù d’Egitto.

Il covone di grano

La chiamata di Giuseppe è contraddistinta dal suo particolare dono dell’interpretazione dei sogni. Il covone fa riferimento in primo luogo al suo sogno giovanile in cui i covoni di grano dei fratelli si inchinano al suo. Inoltre richiama le direttive che Giuseppe dà al faraone rispetto al raccolto negli anni d’abbondanza per far fronte agli anni di carestia a seguito dell’interpretazione dei sogni di Potifar delle vacche e delle spighe.

Geremia

La mano di Dio

Geremia è chiamato dal Signore fin dalla gioventù ad essere profeta. Egli riluttante vorrebbe tirarsi indietro: «Ahimè, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo» Ger 1,6.

Ma il Signore stese la mano e toccò la sua bocca dicendo: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca.» Ger 1,9. Nel suo libro Geremia scrive: “Appena ho trovato le tue parole, io le ho divorate; le tue parole sono state la mia gioia, la delizia del mio cuore” Ger 15, 16.

La bilancia e la città

Rappresentano il suo annuncio profetico alla città di Gerusalemme, la denuncia delle ingiustizie e delle ipocrisie, della schiavitù del peccato dell’allontanamento da Dio che causeranno la distruzione della città. Da essa egli fu poi esiliato in Egitto, inascoltato dai suoi concittadini.

Non lascerà forse le novantanove sui monti per andare in cerca di quella perduta?

Il Padre misericordioso

Entrando nella cappella la prima immagine che ci accoglie è quella del Padre Misericordioso che corre per abbracciare suo figlio. L’immagine fa riferimento al momento della parabola (Lc 15, 11-32) in cui il figlio sta tornando a casa del Padre dopo aver sperperato tutti i suoi averi e aver toccato il fondo della sua miseria. Sta cercando le parole da dirgli per essere riaccolto a casa ma il Padre stesso esce e gli corre incontro a braccia aperte.

Il volto di Gesù

Padre della parabola raccontata da Gesù assume nel dipinto la sua stessa fisionomia, per creare un parallelo col sacramento della riconciliazione in cui ciascun uomo pentito, si avvicina all’abbraccio misericordioso di Gesù.

La via

Con la sua passione e morte Cristo ha perdonato ed espiato ogni peccato, per questo nell’immagine sembra quasi che sia il Padre ad aver fatto più strada del figlio per corrergli incontro. Inoltre il colore dell’abito di Gesù è lo stesso di quello della strada perché egli stesso è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) e nessuno va al Padre se non per mezzo di lui.

La pecora perduta

La frase scelta a commento è tratta invece da una metafora usata da Gesù che riconduce all’immagine del Buon Pastore: “Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.” Mt 18,12-14